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#Applefun: Steve Jobs e Mark Zuckerberg, facce diverse ma stessa beneficenza?

GugliElmo da parte di GugliElmo
07/09/2016
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La visita di Mark Zuckerberg in Italia ha riaperto non una ferita, bensì una discussione che da anni non riguardava più il mondo dei grandi capitalisti, frutto di una concezione della beneficenza che pareva che Steve Jobs si fosse portata appresso nella tomba, insieme a tanti tabù e tante scelte discutibili che avevano contribuito a renderlo un simbolo, nel bene e nel male.

Incapace di rimanere muto davanti alla tragedia in cui l’Italia sta versando Mark Zuckerberg, durante la sessione di Q&A with Mark presso l’Università LUISS di Roma, ha annunciato la prossima donazione di 500.000€ alla Croce Rossa Italiana, non sotto forma di contanti o attraverso una transazione bancaria bensì in Ad Credits, ossia coupon pubblicitari con i quali la CRI potrà promuovere eventi ed iniziative attraverso la propria pagina Facebook.

La Rete (intesa come il Moloch lockiano, formato in questo caso non da volti ma da PC e smartphone), giustamente, si è sollevata indignata, accusando Zuckerberg di propaganda e di pubblicità di cattivo gusto, un’auto-promozione eseguita sulla pelle di vittime di un’immane catastrofe naturale.

Ma Zuckerberg non è certamente il primo ad avere una concezione tanto particolare ed auto-referenziale della pubblicità, non vi pare?

La “strana beneficenza” di Steve Jobs

Se la II Guerra Mondiale nei suoi primi mesi veniva chiamata da francesi e tedeschi “la strana guerra” proprio per via dell’assenza di combattimenti, quella di Steve Jobs può essere a ben ragione definita la “strana beneficenza“, ossia un’attività filantropica priva in effetti di donazioni a qualsiasi ente, associazione o singolo beneficiario.

Che sia stata l’infanzia infelice, la dura lotta per raggiungere il successo o una semplice avarizia alla Creso (o alla Paperon de’ Paperoni), non è un mistero che Steve Jobs non amasse donare il proprio denaro, tantomeno per attività poco remunerative come la beneficenza. La sua strategia in merito era chiara e non aveva problemi a ripeterla ogni qualvolta qualche giornalista provasse a porgli domande a riguardo: la crescita continua e costante della Apple rappresentava l’atto benefico più grande che Steve Jobs potesse fare cosicchè i finanziatori della società, grazie ai proventi realizzati dai titoli azionari, possedessero liquidi sufficienti per compiere atti di beneficenza.

Una tesi un po’ particolare e che sicuramente strideva con l’iniziativa Givin Pledge, un impegno sottoscritto da decine di super-ricchi statunitensi – primi tra tutti da Bill Gates (portavoce e uomo-immagine della filantropia munifica in grande stile) e dal suo grande amico Warren Buffet – che prevedeva che almeno metà del patrimonio dei contraenti venisse devoluta in attività di beneficenza.

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Steve Jobs insieme a Bono Vox durante la presentazione del nuovo modello di iPod

D’altronde Steve Jobs non è mai stato tipo che si uniformasse, adattasse o quantomeno interessasse all’opinione comune: nonostante Bono Vox, cantante degli U2 e da sempre amico di Jobs abbia sostenuto che Apple fu la prima finanziatrice (con donazioni sull’ordine di decine di milioni di dollari) dell’inziativa Global Fund to Fight AIDS, Tuberculosis and Malaria, molti trovano l’attività filantropica di Steve Jobs nella continua ricerca, perfezione ed evoluzione di un concetto di tecnologia di cui oggi possiamo tutti beneficiare degli effetti. Una giustificazione che suona anche peggio della precedente, visti i prezzi a cui tale tecnologia veniva venduta.

Beneficenza à la Zuckerberg

Riguardo Zuckerberg e la sua persona ne sono state dette e raccontate tante nel corso dei pochi anni che separano la fondazione di uno sconosciuto social network sino ai più recenti avvenimenti; certamente una delle notizie che più suscitò scalpore fu l’annuncio della donazione del 99% delle azioni Facebook alla fondazione di beneficenza Chan Zuckerberg Initiative, equivalenti a qualche punto percentuale del PIL di una nazione in via di sviluppo: 45 miliardi di dollari.

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Mark Zuckerberg insieme a sua moglie ed a suo figlio

Un atto benefico di enormi proporzioni, sul quale però si è abbattuta la pesante lente dei quotidiani e soprattutto degli scettici che hanno visto nella scelta di donare il proprio patrimonio (non tutto, va precisato) ad una società di carattere LLC (Limited Liability Company) sia solamente un pretesto per evadere le tasse, dato che la Chan Zuckerberg Initiative non si limiterà ad azioni di beneficenza ma investirà direttamente su Facebook e le società ad esso collegate.

Un’arlecchinata? Forse; quello che è certo è che la donazione effettuata alla Croce Rossa Italiana assomiglia più ad uno spot promozionale che ad un vero atto di impegno sociale: la donazione di 500.000€ in coupon pubblicitari (o Ad Credits) di Facebook permetteranno sì all’associazione caritatevole di promuovere eventi e campagne di raccolta fondi, sangue o medicinali, ma non rappresentano una vera spesa per la compagnia, quanto piuttosto un mancato guadagno.

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È più facile donare una reaction o un euro?

Non sappiamo nè probabilmente mai sapremo se la CRI avrebbe mai speso più di mezzo milione di euro in pubblicità sul social network nè se ritenga Facebook un vero strumento di promozione sociale, piuttosto che una sciocca vetrina (lasciare un “Mi piace” costa pochissimo, diversamente da una vera donazione); così facendo però Zuckerberg si è assicurato un utilizzo costante e continuo di Facebook, da parte della CRI, in quanto strumento principale di auto-promozione: una fidelizzazione lenta e costante che andrà ben oltre gli Ad Credits stanziati in occasione del terremoto.

Il meccanismo alla base è lo stesso che spinge una catena commerciale a distribuire periodicamente buoni-sconto: la perdita derivata dal mancato guadagno della percentuale in saldo è recuperata dalla spesa probabile che un cliente occasionale in differenti circostanze avrebbe evitato, e che probabilmente ripeterà qualora il prodotto e la qualità del servizio dovessero convincerlo.

Potrebbero però trattarsi di supposizioni in cattiva fede: per difendere Mark Zuckerberg non occorre accusare i suoi detrattori di plumonaggine, ma sarebbe sufficiente supporre che quegli Ad Credits potrebbero essere cedibili a loro volta in cambio di valuta corrente. In tal senso, la CRI potrebbe sia assicurarsi una sufficiente copertura mediatica ed allo stesso tempo fondi sufficienti per le spese affrontate in occasione del terremoto.

Steve Jobs vs Mark Zuckerberg: facce diverse, stessa beneficenza?

Non è possibile sapere con certezza se Steve Jobs avesse realmente devoluto milioni di dollari in beneficenza; in ogni caso, il fondatore della casa di Cupertino si sarebbe comunque dimostrato, nel suo egoismo, molto più coerente di Mark Zuckerberg.

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Chi offre di più?

Che gli Ad Credits siano convertibili in valuta o meno, Zuckerberg ha certamente utilizzato il terremoto come specchio pubblicitario del proprio social network – in buona o cattiva fede, poco importa. Alexander Pope diceva: “Fai del bene di nascosto e arrossisci a vederlo divulgato“; noi però preferiamo riprendere le parole del ciclista Gino Bartali e ricordare che “certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca“.

Se dunque Steve Jobs avesse mantenuto debitamente segreta la sua attività di filantropo lasciando al contrario diffondere dicerie fondate, ma forse esagerate sulla propria taccagneria, si sarebbe dimostrato una persona di gran lunga migliore.

In ogni modo, sono ingigantite anche le voci che ritraggono Steve Jobs come un superbo inventore: scopri QUI le creazioni della Apple che Jobs non ha inventato, ma copiato!

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Classe '95, appassionato di Android e tecnologia mobile, ho una laurea in Relazioni Internazionali e un master in Editoria Cartacea e Digitale.

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