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#Applefun: Perché la privacy (non) deve essere un lusso

GugliElmo da parte di GugliElmo
04/06/2019
in #Applefun, Privacy, Sicurezza
0
35
VIÙS
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L’ultimo WWDC di Apple ha avuto molti protagonisti, ma un solo attore sul palco ha catalizzato gli sguardi, nonché gli applausi: non è stato il nuovo Mac Pro da oltre 6mila dollari, né il neonato iPadOS. No: l’attenzione è stata tutta su “Sign in with Apple“, e con lui la consacrazione di Apple a nuovo ecosistema privacy-centrico. I motivi di questa decisione, di questo cambio (se tale può essere chiamato, visto che la strada battuta è sempre stata la stessa, in fondo) di direzione della propria strategia di business, sono ovvi: proponendosi come alternativa privacy-friendly, Apple differenzia sé stessa ed i propri prodotti dalla concorrenza, che al contrario ha cementato le proprie radici attorno allo sfruttamento più o meno legittimo dei dati.

Una scelta condivisibile che però potrebbe avere delle conseguenze, volute o non volute, non positive e addirittura dannose per coloro che oggi si battono per un’estensione del riconoscimento dei diritti alla privacy: la trasformazione del concetto di riservatezza dei dati come un bene di lusso.

Siete pronti a scoprire come e perché?

APPLE, L’ANTI-FACEBOOK

Anche se molti giornali hanno definito la nuova modalità di autenticazione “l’anti-Apple“, Sign In With Apple è in realtà l’antitesi di Google e dei suoi metodi di login a servizi e prodotti di terze parti.

Annunciata sotto uno scroscio di applausi e commenti d’approvazione, Sign In With Apple fornisce a tutti gli utenti iOS in possesso di un Apple ID una terza via alla classica dicotomia Facebook-Google, e anche qualcosa in più: autenticandosi tramite Apple, l’utente ha la possibilità di concedere quante meno informazioni possibili all’applicazione o al servizio a cui accede o si iscrive, senza rinunciare ai vantaggi di cui disporrebbe nel caso in cui optasse per l’autenticazione con uno dei profili alternativi. Con Sign In With Apple si potrà persino decidere di non mettere a disposizione la propria email, lasciando che sia Apple a creare un indirizzo anonimo e generato randomicamente. Questo provvederà poi ad inoltrare automaticamente all’indirizzo email reale e associato al proprio Apple ID tutte le comunicazioni legate alla propria iscrizione – dalle classiche email per il recupero delle password a spam pubblicitario.

Un’anteprima di “Sign in with Apple”

Il vantaggio di un simile sistema è evidente: tutti i servizi di profilazione pubblicitaria si vedranno tagliare fuori uno dei più redditizi metodi di tracking – l’indirizzo email – poiché l’account di posta generato da Apple sarà differente ad ogni registrazione effettuata con Sign In With Apple, impedendo così qualsiasi tentativo di analisi del comportamento e dei gusti sulla base di informazioni personali acquistate dai database di social network e altri servizi online.

Stando a quanto è emerso finora, Sign In With Apple sarà esclusivo per iOS e non è dato sapere se farà il suo ingresso anche altrove, da Android al web – anche se pare ovvio che per sperare di sopravvivere il nuovo metodo di autenticazione dovrà essere reperibile ovunque.

In riferimento all’osservazione inizialmente avanzata, se è vero che porre Facebook e Apple in competizione è sostanzialmente errato – ma solo se così facendo si ignora Google come terza opzione – non è sbagliato sostenere che, dopo gli annunci di ieri, la privacy sia diventato il nuovo bene di lusso messo in commercio da Apple e compreso nel prezzo dei propri device. Acquistando un iPhone, non si compra più soltanto tutta quella serie di vantaggi, sia sociali che tecnologici e digitali, consequenziali all’ingresso nell’ecosistema di Cupertino: si ottiene anche una garanzia (forse non totale, ma sicuramente più credibile che altrove) che la privacy e la sicurezza dei propri dati sia al sicuro e non sarà mai barattata in cambio di un tornaconto economico.

Che questa sia la verità, solo il tempo ce lo potrà dire; tuttavia, questa è la percezione che gli annunci di ieri hanno trasmesso e, nell’epoca della comunicazione e dello storytelling, sappiamo bene che la percezione è tutto, specialmente per Apple. Come avrebbero potuto altrimenti vendere dispositivi al doppio del prezzo del mercato per più di trent’anni e diventare uno dei giganti del settore hi-tech?

Forse è vero che per Apple la privacy non è un lusso; ma forse è più corretto dire che non è l’unico

Quando, verso la fine di maggio, Sundar Pichai osservava che “la privacy non può diventare un bene di lusso a disposizione solamente di quelle persone che possono permettersi l’acquisto di costosi beni o servizi“, non sbagliava. E non sbagliava neppure Craig Federighi (boss del settore software di Apple) quando rigettava questa prospettiva in una contro-risposta pubblicata sul The Indipendent. Entrambi infatti avevano ragione, ma anche torto in egual misura: Pichai, perché parlava con l’interesse di chi amministra una multinazionale che si fonda, e nello stesso tempo affonda, sul territorio dell’advertising alimentato principalmente dal targeting mirato; Federighi, perché l’associazione dell’idea di privacy a quella di lusso, per quanto sia stata imposta dal mercato in anni di razzie di dati personali e non certo inventata da Apple, non gli dispiace e anzi viene in un certo senso incoraggiata – visto che Apple vende, effettivamente, beni di lusso.

Tutti e due sono araldi sinceri, non ne dubito, delle compagnie che gestiscono e per cui lavorano, ed entrambi credono profondamente nei rispettivi valori aziendali; ossia, che da una parte non possa esistere un servizio gratuito che non venga indirettamente pagato dai propri dati personali – ma che è, comunque, gratuito e acquistato con una valuta (i big data) di cui il consumatore medio non sa normalmente che farsene; e dall’altra che un prezzo superiore al valore di mercato non include (solo) l’ormai arcinoto “costo del logo“, ma anche la protezione dei dati personali che vengono così pagati alla fonte dal consumatore.

Può anche essere vero che Apple non voglia trasformare la privacy in un bene di lusso, ma bensì utilizzare la propria influenza per forzare la mano ai concorrenti (come accaduto più volte in passato) e premere ancor più il pedale sull’acceleratore dei diritti del consumatore alla privacy; tuttavia avalla il pensiero di fondo che la privacy sia un bene da acquistare, non un diritto di cui disporre e, eventualmente, rivendere per un servizio gratuito. Vediamo così che le due aziende, invece che essere antitetiche, si alimentano dal medesimo pozzo nero che ogni tanto, seguendo i moti carsici del mercato, sale in superficie.

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Classe '95, appassionato di Android e tecnologia mobile, ho una laurea in Relazioni Internazionali e un master in Editoria Cartacea e Digitale.

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