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Non ci resta che ridere: l’importanza del pesce d’aprile ai tempi della pandemia

GugliElmo da parte di GugliElmo
01/04/2021
in Approfondimenti, Editoriali, Guglielmo Crotti
0
35
VIÙS
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Tra la serietà e la seriosità scorre la stessa differenza che separa il caffé dalla cocaina. Lo suggerisce d’altronde lo stesso suffisso “-oso” della parola, indice di sovrabbondanza – in questo caso inutile e spesso dannosa, a volte grottesca e caricaturale. Ed è questa l’impressione: un atteggiamento serioso piuttosto che serio, quello intrapreso da Google nei confronti dell’istituzione del primo d’aprile e della tradizione del pesce d’aprile.

Le origini del pesce d’aprile si perdono nella notte dei tempi (l’Enciclopedia Britannica ne descrive una versione che non concorda con quella riportata su Wikipedia, ad esempio); non c’è nessun dubbio però che l’usanza di fare scherzi durante il primo giorno di aprile all’interno del mondo dell’informatica sia ben consolidata, e che sia stata parte integrante di quella cultura hacker che ha contribuito a forgiare la Silicon Valley di oggi. 

A testimonianza di ciò basterebbe solamente leggere ciò che scrisse Raphael Finkel nel 1975, anno nel quale fu ideatore (ma non creatore in quanto, come accade spesso nel mondo della cultura hacker, si trattò di un prodotto elaborato da più mani nel corso del tempo) del primo vocabolario del gergo per smanettoni. Inizialmente noto come “Jargon File” e successivamente ribattezzato in “The New Hacker’s Dictionary” nella pubblicazione del Massachusetts Institute of Technology del 1991, sotto la voce “AFJ” si legge che “elaborati pesci d’aprile sono una tradizione consolidata del mondo hacker” e che “la festa del pesce d’aprile è l’unica festività coerentemente contrassegnata da pratiche obbligatorie su Internet, e in altre reti hacker”. 

Il server dove è stato ospitato Kremvax

Al tempo la bufala informatica più nota, tanto conosciuta da essere riportata come “la prima bufala da pesce d’aprile su Internet della Storia”, era stata condotta da un programmatore e pioniere dell’Internet olandese, Piet Beertema. Nel 1984 (in piena Guerra Fredda) creò una usenet – una sorta di forum pubblico – a nome del governo dell’Unione Sovietica. Tratti in inganno dal nickname “Chernenko”, ovvio riferimento all’allora presidente dell’URSS Konstantin Chernenko per il quale Beertema cercò di spacciarsi nella sua presentazione, alcuni pensarono che la usenet chiamata “Kremvax” (crasi tra le parole “Kremlin” e il suffisso “-vax” tipico delle usenet) avesse un certo grado di ufficialità – molti altri invece la riconobbero come la bufala che era, giudicandola tra l’altro molto divertente. The New Hacker’s Dictionary lo classifica come “il più divertente dei pesci d’aprile” perché l’idea che “Usenet potesse mai penetrare la Cortina di Ferro sembrava completamente assurda a quel tempo”.

Pensare che un simile pesce d’aprile sia stato il seme da cui sono poi germogliati tanti, tantissimi ed elaborati scherzi informatici trasmette sensazioni contrastanti. Da una parte c’è la graffiante ironia di una Russia vittima della prima bufala della storia dell’Internet; dall’altra invece l’imbarazzo, che si trasforma presto in nostalgia nei confronti di un tempo in cui l’organizzazione di quella che oggi definiremmo una “fake news” in piena regola contro un Paese sovrano, benché sovietico, era considerata un’idea esilarante, e nulla più.

Ciò che però balza immediatamente all’occhio è l’attualità del tema che la vicenda della Kremvax ci costringe ad affrontare, alla luce delle ultime tendenze nei confronti di questa forma di umorismo nella “corporate culture” della tecnologia. Nel 2019 Microsoft si è distinta tra le altre multinazionali del suo settore per via del bando di ogni forma di pesce d’aprile; il CEO dell’azienda, Chris Capossela, ha giustificato la scelta – senza dubbio maldigeribile per molti impiegati – riferendosi soprattutto alla sempre più difficoltosa e problematica gestione del raggio di diffusione e credibilità degli scherzi. “I dati ci dicono che queste uscite hanno un impatto positivo limitato e possono in realtà risultare in cicli di notizie indesiderate”, ha detto; “credo che abbiamo più da perderci che da guadagnarci se cercheremo di essere divertenti in questo giorno particolare”.

C’è poco da obbiettare: anche solo limitando il nostro sguardo agli ultimi anni, sono parecchi i pesci d’aprile che hanno causato un cortocircuito informativo o gettato nel panico le inconsapevoli vittime, colpendo di ritorno i loro autori. Vi ricordate della GIF dei Minion che Google consentiva di allegare alle proprie email, e che naturalmente scatenò le ire dei capufficio che venivano “silenziati” teatralmente dai propri dipendenti?

Discorso differente va fatto per la scelta operata da Google quest’anno: niente pesci d’aprile a causa del dramma della pandemia da COVID-19. Il motivo di questo congelamento dei festeggiamenti è duplice: da una parte c’è il dramma della malattia; dall’altra le energie dei dipendenti che, invece che essere profuse in iniziative di dubbio gusto umoristico, dovrebbero nelle intenzioni della compagnia essere indirizzate al sollievo delle sofferenze di quanti miserevolmente sono stati colpiti dal coronavirus.

Ed è proprio questo l’atteggiamento serioso di cui parlavo inizialmente. Posso comprendere il timore delle ripercussioni mediatiche di uno scherzo organizzato male, in fretta e furia a causa della forza lavoro ridotta, stremata dal coronavirus e dalle misure restrittive in corso negli Stati Uniti. Voglio poi andare oltre ed essere completamente sincero: i pesci d’aprile di Google, e in generale delle aziende tecnologiche, non mi piacciono. Non li ho mai trovati divertenti al punto di scatenare una risata, e sempre più raramente sono arrivati al sorriso: sono scherzi “chiamati”, prevedibili e probabilmente godibili solo per chi lavora all’interno della Silicon Valley, o fa parte di quella “hacker culture” di cui parlavo qualche paragrafo fa. Ma non ho mai pensato fossero fuori luogo: sono le celebrazioni di una festività laica, appunto, l’unico segno tangibile di una comune matrice d’appartenenza che specialmente adesso, con i vecchi fondatori che vanno in pensione sostituiti da “giovani” rampanti ed estranei a quel bagaglio d’idee, bisogna mantenere viva.

Google non ha detto che abbandonerà i pesci d’aprile, quindi forse mi sto preoccupando inutilmente – per quanto non ci sarebbe occasione migliore per la dirigenza della compagnia per interrompere la tradizione senza provocare traumi o lacerazioni, e non riprenderla nemmeno nel 2021.

Ma quale sollievo migliore ci può essere, in un periodo così cupo, di una risata suscitata da uno scherzo un po’ cretino come lo sono i pesci d’aprile di Google! Non c’è bisogno di stupire o meravigliare: basterebbe un easter egg, un richiamo nostalgico al passato (vi ricordate Pac-Man su Google Maps?), magari con finalità pedagogiche con la pandemia? 

Secondo Umberto Eco “una delle prime e più nobili funzioni delle cose poco serie è di gettare un’ombra di diffidenza sulle cose troppo serie”. Come il benaltrismo di Google, suggerisco io.

Se volete dire la vostra o contattarmi privatamente, potete lasciare un commento qui sotto oppure scrivermi a guglielmo@appelmo.com o a @quellodiappelmo. Ho anche un canale Telegram – passatemi a trovare!

Tag: Pesce d'Aprile
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Classe '95, appassionato di Android e tecnologia mobile, ho una laurea in Relazioni Internazionali e un master in Editoria Cartacea e Digitale.

Gestisco AppElmo.com dal 2013: la mia più grande soddisfazione.

Mi trovate nel mio canale Telegram, oppure potete scrivermi una mail a guglielmo@appelmo.com.

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