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La nuova informativa della privacy di WhatsApp è un’ottima notizia

GugliElmo da parte di GugliElmo
14/01/2021
in Messaggistica e chat, News, WhatsApp
0
35
VIÙS
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La nuova informativa della privacy di WhatsApp, notificata a tutti gli utenti attraverso un pop-up nell’applicazione, ha causato un’ondata di ritorno imprevista dalla dirigenza di Facebook. La notifica doveva semplicemente informare gli utenti dei cambiamenti occorsi nella privacy policy dell’app riguardo l’uso dei metadati da parte delle aziende che vendono e operano all’interno di WhatsApp; un piccolo sasso nella catasta di metadati che sin dal 2016 WhatsApp condivide su Facebook – ma, inaspettatamente, quel sassolino è franato a valle trasformandosi in una valanga che ha trascinato via (oltre a parte della buona reputazione di WhatsApp) anche qualche decina di milioni di utenti, trasferitisi su app considerate più sicure come Telegram e Signal.

L’informativa della privacy di WhatsApp è stata dunque un disastro – ma ha avuto un merito. Siete pronti per scoprire quale?

LA NUOVA INFORMATIVA DELLA PRIVACY DI WHATSAPP, SPIEGATA

Il 7 gennaio 2021 WhatsApp ha notificato ai suoi utenti che, a partire dall’8 febbraio 2021, la sua privacy policy sarebbe stata aggiornata modificando il “servizio di WhatsApp e modalità di trattamento dei dati” nonché “come le aziende possono utilizzare i servizi disponibili su Facebook per conservare e gestire le proprie chat WhatsApp“.

La nuova informativa della privacy di WhatsApp non avrebbe dovuto costituire un problema per gli utenti dell’applicazione. Le novità del regolamento coinvolgono principalmente l’utilizzo dei dati condivisi da WhatsApp con Facebook per gli account WhatsApp Business e per le attività commerciali che operano sull’applicazione; le modifiche dunque non influiscono con l’uso generale dell’app, specialmente per gli utenti italiani ed europei.

Discorso diverso per gli utenti residenti negli Stati Uniti; benché le modifiche all’informativa della privacy di WhatsApp non influiscano sul trattamento dei dati personali in vigore sin dal 2016, ciò che veramente ha causato l’esplosione delle proteste online è stata la cattiva interpretazione del comunicato, dal quale molti hanno evinto che WhatsApp avesse deciso di rendere obbligatorio l’accordo proposto quattro anni fa. La sua obbligatorietà è in realtà ancora oggetto di dibattimento, in quanto alcune fonti (come Bloomberg) la confermano, altre la smentiscono (come WIRED).

Se ben ricordate, durante l’agosto 2016 WhatsApp rese noto che alcuni dati dell’applicazione sarebbero stati condivisi con Facebook. Questo cambiamento dell’informativa della privacy di WhatsApp ovviamente non poteva riguardare il contenuto delle conversazioni private o di gruppo, che non potrà mai essere condiviso (applicata dal 2014 la crittografia end-to-end  impedisce a chiunque, a parte chi invia e riceve un messaggio in una chat, di leggerne i messaggi). Tuttavia, alcune informazioni sensibili come il numero di telefono, i tempi di utilizzo dell’applicazione (a che ora del giorno, per quanto tempo, per quante volte…), l’identificativo del telefono, il sistema operativo, la versione dell’app e persino dati che sembrano ininfluenti come il livello della batteria, la lingua principale e la fascia d’orario sarebbero stati a disposizione di Facebook per scopi commerciali e di studio delle funzionalità dell’applicazione.

All’epoca venne chiesto agli utenti di scegliere se favorire la condivisione di questi dati con Facebook, oppure no; qualora la risposta fosse stata negativa non ci sarebbero state limitazioni all’uso dell’app, e WhatsApp ha specificato che la preferenza allora espressa non è stata, né sarà modificata unilateralmente dall’app anche dopo l’8 febbraio.

In Europa, dove vige il GDPR e un approccio protezionistico alla privacy a livello legislativo, le autorità nazionali intervennero per escludere (o, meglio: ribadire l’esclusione) che la condivisione dei dati potesse riguardare anche gli utenti dei paesi dell’Unione Europea. In Europa infatti gli unici dati a cui WhatsApp ha accesso sono quelli funzionali per la risoluzione di problemi tecnici e di sicurezza dell’applicazione; per un uso commerciale di queste informazioni sarebbe necessario modificare gli accordi vigenti.

Our privacy policy update does not affect the privacy of your messages with friends or family. Learn more about how we protect your privacy as well as what we do NOT share with Facebook here: https://t.co/VzAnxFR7NQ

— WhatsApp (@WhatsApp) January 12, 2021

La pessima fama di Facebook ha tuttavia provocato una tempesta perfetta ai danni di WhatsApp, che si è subito sentita in dovere di effettuare del “damage control” e ribadire, attraverso un post sul blog ufficiale e una serie di grafiche condivise sui social, che l’applicazione non condivide informazioni personali con Facebook (come, ad esempio, la rubrica dei contatti) o che abbia accesso al contenuto delle conversazioni.


UN’OTTIMA COSA

La nuova informativa sulla privacy di WhatsApp è stata equivocata da molte persone: in generale, da chi riteneva che l’applicazione volesse in questo modo rendere obbligatoria la condivisione dei dati con Facebook – ma anche da chi (e specialmente nel caso degli utenti americani) che si trattasse di una modifica radicale della politica di trattamento dei dati personali di WhatsApp.

Anche nel caso in cui infatti le modifiche apportate avessero davvero reso obbligatorio accettare la condivisione dei metadati con Facebook, si sarebbe comunque trattato sì di un’imposizione di un trattamento sfavorevole dei dati personali, ma completamente in linea con quanto già accaduto nel 2016. Dall’agosto di quell’anno WhatsApp condivide quella tipologia di informazioni con la propria casa madre sia per tutti quei profili che allora accettarono o non rifiutarono la nuova informativa della privacy, sia per tutti quelli creati successivamente (era comunque possibile respingere questo accordo, ma solamente seguendo un intricato percorso nelle Impostazioni).

C’è dunque del buono in un avvenimento che normalmente condanneremmo poiché risultato di quella che può essere correttamente definita come un’isteria di massa. Da una parte, molti utenti WhatsApp statunitensi hanno squarciato il proverbiale velo di Maia: si sono resi finalmente conto che il trattamento ricevuto da WhatsApp non è così favorevole come probabilmente immaginavano; l’app, a causa dei suoi legami con Facebook, ha da anni modificato la sua attitudine verso i metadata e benché la crittografia sia e rimanga un punto di forza delle conversazioni nell’app, tutto ciò che non è strettamente personale viene sfruttato per fini pubblicitari. Pur non essendo un atteggiamento negativo di per sé, la fumosità con la quale Facebook e WhatsApp hanno gestito la comunicazione di ogni aggiornamento della privacy policy è il segnale di una sempre più profonda connessione tra le due realtà che non può che perplimerci.

Use Signal

— Elon Musk (@elonmusk) January 7, 2021

Il secondo effetto positivo riguarda l’attenzione ricevuta da parte di suite di messaggistica sicura alternative. Tramite un tweet divenuto ormai celebre, Elon Musk ha consigliato agli oltre 42 milioni di follower del suo account Twitter di passare a Signal, provocando un aumento vertiginoso delle iscrizioni all’applicazione (non è stato rivelato di quanto, ma l’applicazione è attualmente in prima posizione in oltre 40 Paesi sull’App Store e in 18 Paesi sul Play Store). La stessa cosa è accaduta a Telegram: secondo il fondatore dell’app, Pavel Durov, Telegram è cresciuto di 25 milioni di utenti in soli 72 ore (il 38% dei quali provenienti dall’Asia, il 27% dall’Europa, il 21% dall’America Latina e l’8% dal Medio Oriente).

In terzo luogo, il GDPR: se gli utenti italiani ed europei possono considerarsi al riparo da ogni cambiamento arbitrario dell’informativa della privacy di WhatsApp e di qualsiasi altra app di messaggistica e social network, è grazie al regolamento europeo per la privacy. La nuova privacy policy e il clamore mediatico che ha suscitato hanno portato centinaia di migliaia di italiani a prendere coscienza dei vantaggi di una gestione forte e conservativa dei dati personali che, nonostante l’autorevole (e sempre puntuale) voce del Garante della Privacy italiano, viene decuplicato in potenza ed efficacia dall’amministrazione unificata europea. Siamo infatti piuttosto sicuri del fatto che a tanti utenti americani inconsapevoli del trattamento riservato da WhatsApp ai loro metadati, esistevano altrettanti cittadini italiani ignoranti dei vantaggi del GDPR – che, paradossalmente, una violazione della privacy ha aiutato a conoscere.

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Classe '95, appassionato di Android e tecnologia mobile, ho una laurea in Relazioni Internazionali e un master in Editoria Cartacea e Digitale.

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