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Chatcontrol: l’Europa vuole uccidere la privacy delle chat?

GugliElmo da parte di GugliElmo
08/07/2021
in News, Privacy, Sicurezza
0
35
VIÙS
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Su Internet se ne parla poco, e spesso con toni allarmistici – ma, forse, questa volta c’è qualcosa di cui preoccuparsi. Il Parlamento europeo ha infatti approvato ieri il Chatcontrol, un regolamento che praticamente deroga alcuni aspetti di un altro regolamento, ePrivacy, che protegge la sicurezza e la riservatezza delle conversazioni. Lo scopo del regolamento Chatcontrol (in realtà un nomignolo dispregiativo fornito dal Partito Pirata europeo) è di fornire alle piattaforme uno standard unificato per l’applicazione delle strategie di lotta alla pedofilia online; tuttavia, secondo i critici, si tratterebbe solamente di un “cavallo di Troia” per riuscire a scardinare il concetto di crittografia end-to-end e di privacy totale delle chat contro cui diverse autorità europee si erano espresse contro in passato.

Siete pronti per scoprire qualcosa di più in merito al regolamento Chatcontrol?

CHATCONTROL: LUCI E OMBRE DELLA LOTTA ALLA PEDOFILIA

La pedofilia è un crimine contro l’umanità: a dirlo, oltre al buonsenso, sono le Nazioni Unite nel documento sui diritti dei bambini pubblicato nel 1989, e firmato dalla maggioranza dei Paesi del mondo. Può tuttavia la scelta di proteggere un obiettivo tanto sensibile, ossia i bambini e i minori in generale, portare alla giustificazione del sacrificio del diritto alla privacy?

A chiederselo sono stati i rappresentanti del Partito Pirata europeo, che nelle ultime settimane hanno condotto un’intensa attività di sensibilizzazione nei confronti di Chatcontrol, un regolamento adottato dall’Unione Europea prima in Commissione, con 54 voti favorevoli e 12 contrari, e successivamente nel Parlamento Europeo, con 537 voti a favore, 133 contrari e 24 astenuti. Secondo il Partito Pirata e il suo rappresentante più noto, Patrick Breyer, il regolamento Chatcontrol mirerebbe all’approvazione di una deroga al regolamento ePrivacy, adottato nel 2002, che protegge la privacy delle conversazioni.

Applicato a qualunque forma di messaggistica online – email, chat – Chatcontrol obbligherebbe le piattaforme private a includere “buchi” nella crittografia, così da consentire a intelligenze artificiali di scansionare e riportare alle autorità i contenuti ritenuti attinenti alla pedopornografia o alle attività di “grooming”, ossia di adescamento di minori da parte di pedofili online.

Il regolamento Chatcontrol mette a rischio la privacy delle conversazioni?

Non si tratterebbe della priva volta che l’Unione Europea, nonostante la fama di “isola felice” per la privacy e la protezione dei dati, si attira le violenti critiche dei sostenitori del diritto alla riservatezza delle comunicazioni. Aveva attirato aspre critiche la risoluzione (che dal punto di vista legale rappresenta solamente un’espressione di intenti) che nel 2020 il Concilio dell’Unione Europea aveva approvato, nominata “Sicurezza attraverso la crittografia e nonostante la crittografia“. Allora servizi come Threema, ProtonMail e altre piattaforme attive in Europa nella fornitura di strumenti di comunicazione sicuri avevano lamentato le possibili implicazioni che una dichiarazione del genere poteva comportare. In altre parole, c’era (e c’è ancora) il pericolo che l’UE voglia imporre la presenza di backdoor, di “buchi” negli algoritmi di crittografia per consentire alle autorità di accedere a conversazioni altrimenti inaccessibili.

Ma è il caso anche di questo regolamento? Leggendone il testo, notiamo che la realtà dei fatti sarebbe leggermente differente. Il regolamento Chatcontrol nasce con l’intento di fornire alle piattaforme digitali, e in generale ai “nuovi” servizi di comunicazione – come le app di chat – una base giuridica per continuare a utilizzare quegli strumenti di controllo e prevenzione della pedopornografia online che già oggi adottano. Con l’introduzione dell’European Electronic Communication Code (EECC), a partire dal 31 dicembre 2020 sono stati aggiunti una serie di nuovi strumenti di comunicazione privi di numero di telefono (ossia, che non richiedono il numero di cellulare per iscriversi e messaggiare: servizi di email e app di chat – ma la definizione non è chiara nemmeno ai parlamentari) all’interno dell’ombrello legislativo che il regolamento ePrivacy protegge e salvaguardia.

Pertanto, si è deciso di istituire il regolamento Chatcontrol per derogare quegli articoli del regolamento ePrivacy che impedirebbero altrimenti alle piattaforme di controllare e individuare la pedopornografia diffusa tra le loro conversazioni. Anzi: l’art. 7 suggerisce anzi che il motivo per cui la Chatcontrol sia stata introdotta sia proprio la protezione della privacy (il grassetto è nostro):

La direttiva 2002/58/CE [il regolamento ePrivacy] non contiene disposizioni specifiche relative al trattamento dei dati personali e di altro tipo in relazione alla fornitura di servizi di comunicazione elettronica allo scopo di rilevare e segnalare abusi sessuali su minori online e rimuovere materiale pedopornografico. Tuttavia, a norma dell’articolo 15, paragrafo 1, della direttiva 2002/58/CE, gli Stati membri possono adottare misure legislative per limitare la portata dei diritti e degli obblighi previsti, tra l’altro, dagli articoli 5 e 6 di tale direttiva, che riguardano la riservatezza delle comunicazioni e dei dati di traffico, a fini di prevenzione, indagine, accertamento e perseguimento di reati connessi all’abuso sessuale di minori. In assenza di tali misure legislative e in attesa dell’adozione di un nuovo quadro giuridico a più lungo termine per contrastare efficacemente gli abusi sessuali sui minori a livello di Unione, come annunciato nella strategia, non vi sarebbe alcuna base giuridica per i fornitori di servizi di comunicazione interpersonale indipendenti dal numero continuare a rilevare e segnalare abusi sessuali su minori online e rimuovere materiale pedopornografico dai propri servizi oltre il 21 dicembre 2020.

Come suggerisce tra le righe il testo del regolamento, il Chatcontrol sarebbe stato introdotto per fornire una base giuridica ai servizi di chat per regolare il controllo della pedopornografia online – ed evitare che gli Stati membri, nel tentativo di risolvere il vuoto legislativo, introducano leggi che potrebbero limitare la segretezza delle conversazioni.

Ovviamente, bisogna considerare anche il retro della medaglia – il fatto che il Chatcontrol introduca una deroga al regolamento ePrivacy. Se infatti l’obiettivo è lodevole e l’applicazione del Chatcontrol sia tutto sommato limitata al suo scopo, porta alla creazione di un precedente pericoloso: la limitazione del regolamento ePrivacy in nome del bene comune. Benché in questo caso appaia giustificata come scelta, e siano state imposte sufficienti limitazioni (citiamo dall’art. 3, a: “Il trattamento è proporzionato e limitato a tecnologie consolidate regolarmente utilizzate dai fornitori di servizi di comunicazione interpersonale indipendenti dal numero a tale scopo prima dell’entrata in vigore del presente regolamento e che sono conformi allo stato dell’arte utilizzato nel settore e sono i meno invasivi per la privacy“) il prossimo regolamento potrebbe non essere così ragionevole.

Senza contare che le tecnologie utilizzate sono estremamente fallaci. L’articolo 11 del preambolo dice dice che: “I tipi di tecnologie impiegate dovrebbero essere le meno intrusive possibile per la privacy in conformità con lo stato dell’arte nel settore e non dovrebbero includere il filtraggio e la scansione sistematici delle comunicazioni contenenti testo, ma solo esaminare comunicazioni specifiche in caso di elementi concreti di sospetto di minore abuso sessuale“. Tuttavia le tecnologie utilizzate “allo stato dell’arte” sono alquanto difettose, incapaci di trovare gli obiettivi e assolutamente in grado invece di raccogliere, come una rete a strascico, tutto ciò che piazza sul loro cammino, comprese le chat private.

A riprova di ciò non c’è solamente il grande numero di personale che giganti della moderazione come Facebook devono impiegare per mantenere la piattaforma libera da contenuti contrari ai termini del social (e del buongusto); bisogna aggiungere anche le ricerche indipendenti compiute su altre tipologie di algoritmi – quelli che procurano profitto. Un recente studio di Mozilla ha rilevato che l’algoritmo che YouTube utilizza per consigliare contenuti è estremamente scadente nel fare il suo lavoro – o molto bravo, dato che al 70% dei casi suggerisce video di cui gli utenti si ritengono insoddisfatti, ma che in compenso generano molte visualizzazioni (e quindi tante pubblicità) poiché polemici e allarmistici. Se questi algoritmi sono tanto penosi, come possono essere efficaci quelli usati per compiti ben più importanti del fare denaro?

Questo però è più un problema delle piattaforme che del regolamento – si potrebbe arguire, infatti, che finché la pedopornografia esiste, deve esistere anche un modo per combatterla. A tal scopo Chatcontrol introduce un obbligo per le piattaforme che lo adotteranno – esatto: Chatcontrol è facoltativo, per ora – ossia di pubblicare annualmente un rapporto degli sforzi messi in atto per contrastare la pedopornografia online.

Il vero problema di Chatcontrol è forse un altro. Nel tentativo infatti di adeguarsi alle disposizioni introdotte dal regolamento, le piattaforme potrebbero applicare algoritmi fallaci, capaci di devastare la messaggistica e la riservatezza delle conversazioni così come la conosciamo nella smania di mostrarsi adempienti agli obblighi. Se le chat end-to-end sono relativamente al sicuro, l’applicazione di bot e algoritmi alle comunicazioni via email potrebbe avere risultati grotteschi. Bisogna pensarci. Prima di fare la classica frittata.

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Classe '95, appassionato di Android e tecnologia mobile, ho una laurea in Relazioni Internazionali e un master in Editoria Cartacea e Digitale.

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